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Spreafico Eugenio

Monza, MB, 1856 - Magreglio, CO, 1919

"Le messi, o La mietitrice, 1903 circa"

Olio su tela, cm 67x103
Firmato e locato in basso a sinistra: “E. Spreafico, Monza”.
Databile: 1903 circa

Bibliografia

M. Monteverdi, Eugenio Spreafico, 1969, n.30; G. Anzani, Eugenio Spreafico, 2005, n. 106, Silvana Editoriale, Milano.

Esposizioni

M. Monteverdi, Eugenio Spreafico, Galleria Civica, Monza, 1969, n. 30.

Il dipinto, ispirato alla raffigurazione del lavoro dei campi - nella fattispecie la coltivazione del granoturco, diffusissimo anche nella campagna briantea e tra i prodotti di più ampio consumo nell’alimentazione quotidiana del tempo - riconduce alle grandi composizioni di Spreafico della seconda metà degli anni Ottanta, imperniate su una inquadratura a campo lungo - il pittore le riprenderà tuttavia anche in epoca più tarda - e contrassegnate da una resa oggettiva delle figure, solida e robusta. Nel dipinto vi è un accurato studio della disposizione delle figure, nonché dell’impostazione del paesaggio seppur chiuso all’orizzonte. In Le messi esso appare meglio strutturato nel progressivo succedersi di un primo piano prospetticamente scandito dalle lavoratrici, quindi di un’ampia striscia di granoturco e, infine, di un tratto collinare che si distende fino alla vasta linea dell’orizzonte al quale danno ulteriore risalto il formato orizzontale del quadro. Se è vero, come è vero, che Le messi si colloca all’interno dell’ampio filone che Spreafico, sull’eco della lezione di Miller e di Breton - oltre che di quella “internazionale” naturalistica incentrata su una tematica di vita contadina e campestre in genere che nei decenni precedenti ha lasciato una ben caratterizzata impronta del suo lavoro nella migliore cultura europea, dalla Francia ai paesi centro-settentrionali, dedica al lavoro agricolo, è altrettanto vero che il pittore, memore di soluzioni analoghe non infrequenti nella cultura figurativa di casa nostra, tende a interpretare la scena raffigurata non tanto come documento di vita contadina quanto, piuttosto, come un episodio tratto dalla realtà quotidiana, fresco e immediato nella semplicità del soggetto - due gruppi di figure che, interrotto momentaneamente il lavoro, parlano a distanza accompagnando la voce con gesti delle braccia e delle mani. Rinsalda la fresca felicità espressiva del dipinto la soluzione cromatica, caratteristicamente lombarda nella scelta dei toni, dalla diversa qualità dei verdi del prato, dei gialli del granoturco, all’azzurro del cielo: toni brillanti e vivaci, quali si addicono alla nitida luminosità di una giornata primaverile, toni che fanno da sfondo ed esaltano i calcolati valori cromatici del primo piano imperniato sull’accordo fra il giallo del granoturco e il verde del prato, rialzato, senza peraltro intaccare la studiata coerenza tonale della tela, dal bianco cangiante e dal bruno delle vesti, ma soprattutto delle vivaci note di rosso, spesso ricorrenti nella pittura lombarda del tempo, da Filippo Carcano al conterraneo Mosè Bianchi. E. Motta

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