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Seveso Pompilio

Milano, 1877 - Milano, 1949

"Valtellina: nei dintorni di Bormio"

Olio su tela, cm 75x105
Firmato in basso a destra: “P. Seveso”.

Praticamente autodidatta, dopo aver assiduamente frequentato la libera scuola di nudo a Brera, seppe mettere ad ottimo profitto i frequenti contatti con i grandi maestri che operavano a Milano, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quali Filippo Carcano, Eugenio Gignous, Leonardo Bazzaro e soprattutto Emilio Longoni. La fraterna amicizia con il Longoni, si tramutò nei confronti di Pompilio Seveso, in una lunga e profiqua serie di Lectio Magistralis tenute, dal grande artista barlassinese nei confronti della rappresentazione del cosiddetto: “paesaggio smaterializzato”. Infatti, così sottolineava nel 1935 l’amico Carlo Carrà, attento testimone degli ultimi anni artistici di Longoni: “...Il suo credo estetico si sposta e da concreto si fa vaporoso, fino a divenire, per così dire, nirvanico, tanto che sarà persino quasi impossibile stabilire un rapporto fra realtà naturale e fatto artistico che il pittore voleva attuare. Coloro che vorranno leggere nelle sue tele… dovranno accettare questa opposizione, la quale si risolve in uno sforzo eroico di idealizzazione della luce...”. Proprio nella problematica dell’annullamento delle forme, va dunque posta l’originalità e la stessa classicità di Emilio Longoni, per di più sviluppate sui presupposti del Divisionismo: doti queste, che Pompilio Seveso, con grande intelligenza ed umiltà, seppe evolvere a favore della propria arte pittorica, e questo nostro interessantissimo dipinto ne risulta la testimonianza più eclatante. L’opera, modulata su più piani, decisamente staccati ma contemporaneamente integrati nel contesto paesistico, risulta di grande effetto: i prati, le rocce, i boschi e l’ormai ampio corso del fiume, tutti inquadrati a pieno campo, vibrano sotto le fitte pennellate stese con tocchi robusti e filamentosi; i sovrastanti monti, invece, appena profilati dalle ultime nevi, sono resi con un amalgama più fluido, di tonalità grigio-lilla, teso a creare riflessi di luce riscontrabili proprio alle alte quote. Lo scarso spazio riservato al cielo, appare di un azzurro chiaro, leggermente velato attraverso sottili tocchi rosa e stupendamente mosso da bianche nuvole stese ad impasto. L’effetto, cercato ed ottenuto, è di sfondamento e superamento dello spazio fisico del dipinto, finalizzato a trasfigurare in un silenzio irreale un paesaggio di alta valle, altrimenti puramente oggettivo e ancorato al vero. L’opera, dunque, ci appare immersa in un’atmosfera rarefatta, quasi al limite dell’irrealtà, decisamente tipica dello orientamento simbolistico. E. Motta

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