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D'Azeglio Massimo

Torino, 1798 - Torino, 1866

"Veduta di Cannero"

Olio su tela, cm 80x130
Firmato in basso a destra: "Azeglio".

Già dalla prima metà dell’Ottocento la cosiddetta pittura di paesaggio aveva progressivamente suscitato l’interesse sia della committenza lombarda che della stessa critica. Il merito di tale successo era in gran parte da ascrivere allo straordinario impegno che vi avevano profuso Giuseppe Canella e Giuseppe Bisi. La profonda evoluzione nella pratica della rappresentazione del paesaggio, realizzata da questi artisti, ebbe un riconoscimento ufficiale grazie all’istituzione di una specifica cattedra di paesaggio presso l’Accademia di Brera, nel 1838, che fu assegnata al Bisi. Cominciavano così a inserirsi nel collezionismo lombardo d’arte contemporanea numerose vedute che si affiancavano alle composizioni di figura, tratte specialmente dalla storia, dalla letteratura e dalle tematiche di genere. È proprio di questo periodo la crescente affermazione del nostro artista come paesaggista: con la specializzazione nel campo della pittura di “paesaggi istoriati”, ciclo pittorico che godrà di una discreta fama. Verso la metà del secolo, l’arte di D’Azeglio si evolverà dimostrandosi chiaramente aggiornata sul gusto dei paesaggisti “nordici” come Julius Lange e Andreas Achenbach, ambedue presenti, con successo, alle rassegne di Brera degli anni cinquanta. La passione del nostro artista per questo genere di pittura, che concretizzava in modo evidente il processo di sviluppo in direzione del naturalismo, lo induce addirittura a farsi collezionista di questi artisti, ormai affermati anche sulla scena milanese. La conferma di questo indirizzo ci viene dalla scelta del consiglio accademico braidense di selezionare, tra gli acquisti destinati a incrementare la propria collezione, due opere di paesaggio presentate all’Esposizione di Belle Arti del 1858 da Gaetano Fasanotti, Veduta dal vero nell’Oberland, e da Gottardo Valentini, Stagno al tramonto. L’ingresso nella più prestigiosa raccolta pubblica dei due grandi dipinti, non faceva che affermare definitivamente la crescente attenzione degli ambienti ufficiali nei confronti della corrente naturalistica, di cui Valentini e Fasanotti venivano identificati come gli elementi di spicco e alla quale D’Azeglio non era rimasto indifferente. Riconoscimento ufficiale di questa leadership fu l’assegnazione a Gaetano Fasanotti, dopo l’unità nazionale, di quella cattedra di Brera che era stata prima di Bisi e poi di Zimmermann. Valentini e Fasanotti, e lo stesso D’Azeglio, e il nostro dipinto in questione ne è una testimonianza, attuano una svolta importante nel campo della pittura di paesaggio, adottando scelte sostanzialmente nuove per l’ambiente milanese come quella di recarsi al di fuori delle città per lavorare en plein air. Il confronto diretto con il vero, ufficializzato in sede accademica, avvicina gli artisti ad una sperimentazione incisiva dal ritmo più incalzante. L’antica maestria nel dosaggio chiaroscurale va sempre più attenuandosi, mentre la tavolozza assume una gradazione smagliante a tutto favore di una luminosità atmosferica. “... dipingevo dal vero in tele di bastante grandezza, cercando di terminare lo studio sul posto, senza aggiungerne una pennellata a caso... ciò che mi guidava era il sentimento della natura; mai non pensavo all’effetto direttamente...”: con queste parole l’artista amava definire il suo approccio al nuovo modo di intendere la sua arte. Con Una veduta di Cannero, D’Azeglio esplicita esemplarmente le sue qualità che emergono proprio in alcuni paesaggi ambientati sui grandi laghi. Il quadro, rafforzato da un taglio prospettico panoramico, è impaginato con solennità in una composizione dalle dimensioni considerevoli, scandite dalla successione dei piani paralleli. Il panorama esalta l’avvenuto abbandono del gusto romantico che riguarda sia gli aspetti formali che quelli di contenuto: infatti alla progressiva attenuazione del dosaggio chiaroscurale, che gli insegnamenti del Bisi ancora in quel tempo contemplavano, fa riscontro lo schiarimento generale della tavolozza a tutto vantaggio di una illuminazione più naturale della scena. E’ un quadro che richiede una lunga e pacata contemplazione proprio per il suo suggestivo realismo che lo induce a cogliere il senso più autentico dell’effetto atmosferico, fissato sulla tela in tutta la sua bellezza. Viene cosi ad evidenziarsi con grande suggestione un riuscitissimo accordo sentimentale tra lo stato d’animo dei personaggi e l’ampio scorcio paesaggistico dove l’artista riesce magistralmente a muoversi lungo un linea di sottile equilibrio: luoghi e scenari sono disposti con garbo e attraente verità, sospesi in una luminosa giornata autunnale, si rivelano carichi di quella tensione che è propria di un giorno di lavoro dove si avverte una sorta di solennità epica e popolare che testimonia lo storico trapasso della Repubblica Cisalpina in novello Stato italiano, e di conseguenza nulla concede ad un facile bozzettismo. E. Motta

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