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Spreafico Eugenio

Monza, MB, 1856 - Magreglio, CO, 1919

"Donna con bambino"

Olio su tavola, cm 48.1x23.4
Firmato e dedicato in basso a sinistra: "All'amico P...., E. Spreafico, Monza".

Bibliografia

P. Biscottini, Eugenio Spreafico, Pag. 55, N. 20, Fabbri Editori, Milano, 1989.

Esposizioni

1989, Musei Civici, Villa Reale, Monza, Eugenio Spreafico, N. 20

Il dipinto riconduce alle composizioni di Spreafico della seconda metà degli anni Ottanta, imperniate su una inquadratura a campo lungo - il pittore le riprenderà tuttavia anche in epoca più tarda - e contrassegnate da una resa oggettiva delle figure, solida e robusta. Nel dipinto vi è un accurato studio della disposizione delle figure, nonché dell’impostazione del paesaggio seppur chiuso all’orizzonte dalla lontana catena delle prealpi lariane; qui vi è un progressivo succedersi di un primo piano prospetticamente scandito da un’ampia striscia di prato e, infine, di un tratto collinare che si distende fino alla catena montuosa la cui lontananza accentua la profondità del campo visivo, al quale danno ulteriore risalto il formato verticale del quadro e di conseguenza la linea molto vasta dell’orizzonte. Se è vero, come è vero, che Donna con bambino si colloca all’interno dell’ampio filone che Spreafico, sull’eco della lezione di Miller e di Breton - oltre che di quella “internazionale” naturalistica incentrata su una tematica di vita contadina e campestre in genere che nei decenni precedenti ha lasciato una ben caratterizzata impronta del suo lavoro nella migliore cultura europea, dalla Francia ai paesi centro-settentrionali, dedica al lavoro agricolo, è altrettanto vero che il pittore, memore di soluzioni analoghe non infrequenti nella cultura figurativa di casa nostra, tende a interpretare la scena raffigurata non tanto come documento di vita contadina quanto, piuttosto, come un episodio tratto dalla realtà quotidiana, fresco e immediato nella semplicità del soggetto. In quest’opera, la gioia e la serenità che accompagnano le varie fasi della vita vengono evidenziate dall’unità della famiglia con una chiara sublimazione dei suoi valori, ma grava una non troppo velata malinconia: espressione di dignitosa sofferenza dovuta alla durezza del lavoro e alla povertà. Rinsalda la fresca felicità espressiva del dipinto la soluzione cromatica, caratteristicamente lombarda nella scelta dei toni, dalla diversa qualità dei verdi del prato e della collina all’azzurro del cielo, appena interrotto qua e là dal rincorrersi delle nubi biancastre: toni brillanti e vivaci, quali si addicono alla luminosità di una giornata invernale, toni che fanno da sfondo ed esaltano i calcolati valori cromatici del primo piano senza peraltro intaccare la studiata coerenza tonale della tavola, dal bianco cangiante e dal bruno delle vesti, ma soprattutto delle vivaci note di rosso, spesso ricorrenti nella pittura lombarda del tempo, da Filippo Carcano al conterraneo Mosè Bianchi. E. Motta

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