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Troubetzkoy Pietro

Milano, 1864 - Charlottesville (US), 1936

"La rocca di Caldé vista da Ghiffa"

Olio su tela, cm 58.5x97
Firmato e datato in basso a destra: "P.Troubetzkoy, ‘84".
Datato: 1884

Quest’immagine del lago Maggiore, “La Rocca di Caldè vista da Ghiffa”, datata 1884, appare enormemente debitrice all’opera di Daniele Ranzoni che, dopo aver conosciuto e frequentato i Troubetzkoy dalla seconda metà degli anni Sessanta, nel 1873 si trasferì presso la famiglia del principe russo nella villa Ada a Ghiffa per occuparsi dell’educazione dei tre figli: Pietro, nato nel 1864, Paolo nato nel 1866 e Luigi, nato nel 1867. Ranzoni resterà a villa Ada fino al 1877, cioè fino all’inizio del suo soggiorno inglese che, con una breve interruzione dovuta al rientro in Italia per la morte di Tranquillo Cremona nel luglio del 1878, durerà fino al 1879, anno della scandalosa esclusione di Ranzoni dall’Annual Exhibition of Works of Living Artists da parte della Royal Accademy di Londra. Sia nella scelta del taglio prospettico, tipico delle inquadrature lacustri ranzoniane degli anni Sessanta, come la nota “Veduta del Lago Maggiore dalla villa Ada” del 1872-73 o il “Paesaggio del Lago Maggiore con la villa Franzosini” dello stesso periodo, sia soprattutto nell’abilissima resa del prato in primo piano, realizzata con una sapiente divisione dei colori e con un effetto di approfondimento dell’orizzonte, ottenuto con la scansione luministica dei piani secondo l’orientamento del nascente paesismo naturalistico lombardo guidato da Filippo Carcano, si sarebbe francamente tentati di attribuire l’opera al maestro stesso, se la firma e la data non lo impedissero. Peraltro un’attenta analisi ai raggi ultravioletti evidenzia l’eventualità che la firma possa essere di alcuni anni posteriore al dipinto, anche se non di molto, in quanto caratterizzata dalla stessa crettatura delle altre parti del quadro. Poichè è noto che dopo il rientro dall’Inghilterra Ranzoni non ebbe più rapporti con la famiglia Troubetzkoy (cfr. A.Paule Quinsac, Daniele Ranzoni, Skira, Milano 1997, pp.27-28) , per i caratteri stilistici dell’opera e per la maestria dell’esecuzione, francamente inimmaginabile in un giovane tredicenne, o al massimo quattordicenne durante il breve periodo di rientro di Ranzoni nel 1878, sembra plausibile affacciare l’ipotesi di un lavoro attribuibile a Pietro Troubetzkoy soltanto in minima parte e dovuto in larga misura alla mano di Daniele Ranzoni. E. Motta

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