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Bianchi Mosè

Monza, 1840 - Monza, 1904

"Pastorelle al cancello, 1896 circa"

Acquarello e biacca su carta, cm 38x52
Firmato e locato in basso a destra: "Mosè Bianchi, Milano".
Databile: 1896 circa

Provenienza

Collezione Bernasconi

Nel settembre del 1895, Mosè Bianchi scriveva all’amico Giulio Pisa: “Mi trovo in un ambiente tanto semplice incominciando dal regno animale: caprette, pulcini e ragazze che ho scelte a modello, e tutto ciò in questo ambiente tanto curioso e pittoresco! Non v’ha bisogno di aguzzare l’intelletto per fantasticare e trovare il più migliore; il più migliore è qui bell’e fatto e preparato, accontentandosi di studiarlo come sta sulla superficie della terra, cercando solo di rimanervi saldo e ben piantato! Le mie modelline mi ballano intorno e vengono di buon mattino alla mia porta, per sapere se oggi lavoro e portarmi la cassetta. Alla festa, come a Carlambrogio di Montevecchia, le rimando contando loro una storia: quella preferita è quella del cacciatore che andava a caccia con un gatto …”. Con questa stessa freschezza di sentimento il grande maestro monzese aveva lasciato la sua cara Brianza per salire lassù a scoprire l’altopiano di Gignese, divenuto in seguito meta di tanti pittori lombardi da Carcano a Gignous, da Bazzaro a Sala, da Boggiani a Tominetti. L’esigenza di Mosè Bianchi di relazionare in maniera unitaria e più coerente la diversità dei singoli aspetti della visione naturalistica, consisteva nel rielaborare le indicazioni dei maestri naturalisti al punto da innestarle sulle ricerche manciniane e carcaniane relative al ruolo della luce. Proprio attraverso l’analisi dell’opera in questione, abbiamo conferma di come il nostro grande artista abbia compreso e magistralmente tramandato la nuova rappresentazione del vero, che non poteva restare una semplice illustrazione della veduta, ma doveva diventarne per davvero un’identificazione strutturale, e, il mezzo per compiere questo processo, passava proprio nello studio della luce. L’ulteriore conferma dell’ormai avvenuto distacco dal vedutismo di Fasanotti e compagni viene qui evidenziato dall’abbandono di qualsiasi necessità di segnalare l’ubicazione geografica della località raffigurata, in favore di un particolare interesse specifico dell’ambiente rappresentato, foriero, in questo caso, di freschi e semplici sentimenti, derivati da quel mondo incontaminato dell’altopiano di Gignese. Anche in questo nitidissimo acquarello, così vivido e brioso, possiamo notare la forte intensità emotiva, coniugata con la consueta maestria pittorica e giocata su decisi effetti luminosi e contrasti fra zone di luce e di ombra, direttamente ottenuti attraverso il colore. Mosè Bianchi, ancora una volta, si preoccupa di fermare un istante di vita, una strofa, un semplice verso dell’eterna poesia dell’ora, riuscendo a restituire l’impressione viva del moto e tutta la robustezza plastica del soggetto in un’inquadratura di aggiornato taglio fotografico. E. Motta

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